La mobilità sostenibile, oltre che incentivata va protetta dal traffico

Carlo Portioli, esperto di cultura custom, commenta la recente esplosione della smart mobility a Milano

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom

Il covid è uno brutta bestia, da qualsiasi parte lo si guardi, ma bisogna dargli atto di una cosa: ha costretto ad accelerare e prendere decisioni che prima avrebbero richiesto anni. Milano, per esempio, ha investito fortemente su piste ciclabili e sulla sharing mobility sostenibile. E non so se sia un bene. Intendiamoci, è una trasformazione giusta, importante e necessaria.

Oggi per diminuire la pressione sui mezzi pubblici, abbassando le occasioni di contagio e domani per fare un passo avanti deciso verso una riduzione dell’inquinamento, quindi molto bene. Ma… provate a fermarvi qualche minuto a un incrocio qualsiasi nell’ora di punta e quello che vedrete è: la “Corsa Più Pazza Del Mondo” versione 2020. Biciclette normali, bici elettriche, monopattini, monopattini elettrici, due ruote in linea, due ruote appaiate, monoruote da Paperopoli, mezzi privati, bike sharing, da soli o in due, senza casco, col casco da skater, con il casco lampeggiante tipo Tron, con l’Arai integrale, con il casco da astronauta, professionisti in giacca e cravatta, trentenni eco-combattenti, ragazzini di 12 anni… e poi clown su monocicli, mongolfiere, mono-molla salterelli, la macchina dei Flinstones e via dicendo.

Un fiume in piena di varia umanità su mezzi incredibilmente diversi tra loro, ma tutti accomuniati da una buona dose di insicurezza, che scorre dentro gli argini ipotetici di corsie preferenziali a pochi centimetri dal traffico impazzito di auto, moto, camion e pullman.

Piazzale Loreto angolo Buenos Aires, uno dei punti più incasinati di Milano: il sadico demiurgo della viabilità ha pensato bene di far confluire nella piazza il flusso della ciclabile insieme ai mezzi a motore senza preavviso, salvo disegnare per terra delle righine che indicano l’ideale prosecuzione della ciclabile.

Il denso flusso di mezzi improbabili, guidati da gente dalla conoscenza o dall’applicazione spesso molto approssimativa delle norme stradali, si mescola alle macchine e ai camion d’improvviso, come il Po si getta nell’Adriatico. Monopattinisti lampeggianti come i lunapark delle fiere si ritrovano di colpo a 30 km/h davanti ai cofani delle auto costrette a inchiodare, sguardi terrorizzati, puro caos. Ribadisco, tutto questo era necessario, ma citando Sergio Leone: “quando un uomo con la pistola incontra un uomo col fucile, l’uomo con la pistola è un uomo morto“.

Quando si aumentano le occasioni di interazione tra mezzi leggeri e mezzi pesanti, i rischi per l’incolumità dei primi aumentano, noi motociclisti lo sappiamo bene. Non basta fare i disegnini per terra per proteggere dalle auto la colorata umanità che si aggira inconsapevole dei rischi su mezzi pericolosamente veloci e leggerissimi. Bisogna separarli fisicamente, cambiando la città. Bisogna insegnare le regole della strada a chi li compra e a chi li affitta, magari tramite un patentino. Bisogna obbligare l’uso del casco, multare chi commette infrazioni, che siano automobilisti o ciclisti.

Applicare tolleranza zero a chi usa lo smartphone mentre guida. Per far crescere una mobilità sostenibile serve garantire la sicurezza di chi la usa quotidianamente. Forse è giusto così, da qualche parte bisognava iniziare, ma quella folkloristica e gioiosa folla “sostenibile” che ogni giorno si avventura per le strade delle città va protetta, perché se la mescoliamo al traffico normale pensando che la salveranno i disegnini per terra, sarà come mettere leoni e gazzelle dentro la stessa gabbia e poi mettersi seduti comodi a vedere che succede.

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