Donald Trump vs Harley Davidson

Paradossale: la guerra commerciale portata avanti da Trump sta creando problemi a molte aziende americane, che reagiscono. Ma vengono aggredite dal presidente che dovrebbe difenderle.

Donald Trump è su Twitter. Questa è una realtà con cui devono avere a che fare tutti, che piaccia o meno. Quotidianamente attraverso il suo social preferito attacca migranti, leader stranieri, russi e oppositori interni. Ora è il turno della Harley Davidson “rea” di voler trasferire all’estero parte della sua produzione, e che per evitare polemiche (anche perché la maggior parte dei suoi rider sono pro Trump), ha sposato il “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” con cui Virgilio invita Dante a non prendersi cura degli ignavi nel Canto III dell’Inferno.

La polemica, a questo punto da definire quasi unilaterale, è iniziata quando la Harley ha deciso che avrebbe trasferito all’estero una parte della produzione a causa della guerra commerciale portata avanti da Trump contro il resto del mondo. Trump ha subito tuonato su Twitter contro l’azienda che, come dicevamo, ha lasciato correre.

La faida però è riesplosa dopo il 115° anniversario di Harley celebrato a Milwaukee, dove i dirigenti dell’azienda hanno pubblicizzato l’uscita della prossima moto elettrica e parlato dei piani per cercare di arruolare milioni di nuovi motociclisti mentre il suo nucleo demografico, quello dei Baby Boomers, invecchia. Dave Cotteleer, vice presidente e amministratore delegato per il mercato degli Stati Uniti, ha parlato per primo, dopo una domanda e una pausa lunga e imbarazzante: “Harley Davidson parla di inclusione. Harley Davidson parla di stare insieme. Harley Davidson parla di comunità. Harley Davidson parla di libertà (…). Noi, come azienda, ci sforziamo di essere assolutamente apolitici, perché ciò che è importante per noi è lo spirito di solidarietà. Ecco di cosa tratta questa festa, ed è quello su cui ci concentriamo questo fine settimana. “

Più tardi, Marc McAllister, vice presidente e amministratore delegato delle vendite internazionali, ha ribadito che Harley è un’organizzazione apolitica, ma con una precisazione più esplicita sulla guerra commerciale: “Crediamo in un campo di gioco equo per tutti i concorrenti sul mercato, quindi abbiamo lavorato con l’amministrazione qui e con le amministrazioni di altri paesi per cercare di lottare per una parità di condizioni”.

Le parole dei dirigenti della Harley non sono campate per aria, visto che l’azienda sta subendo pesanti danni economici a causa delle tariffe di ritorsione dell’UE.

McAllister fondamentalmente ha detto quello che tutti nel settore hanno sostenuto riguardo all’amministrazione Trump, difendendo il libero scambio. Ma l’Harley è l’Harley, un’icona americana, che sta cercando di sopravvivere anche senza combattere contro Trump. McAllister ha anche difeso il trasferimento di alcune delle produzioni Harley all’estero: “Ovviamente, non vorremmo altro che costruire ogni moto negli Stati Uniti se potessimo“, ha affermato. “Continuiamo a concentrarci sulla costruzione di motocicli negli Stati Uniti per gli Stati Uniti e, come azienda, dobbiamo fare scelte difficili per assicurarci di essere competitivi nei mercati al di fuori degli Stati Uniti”.

Insomma le posizioni dell’azienda sono piuttosto ragionevoli e strutturate. Ma cosa devono fare quando alle loro rimostranze, l’interlocutore, che dovrebbe difenderli e non fargli la guerra, twitta in modo piuttosto infantile nel seguente modo? Regalargli una moto per farlo andare a vivere in Messico?

MOTORI Donald Trump vs Harley Davidson