Vintage e moto: quando le passioni s’incontrano

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom

Appena dopo la tangenziale sembra di essere arrivati alla linea del fronte. In posti come questi si capisce di essere vicini perché prima si vedono i fumi alzarsi in lontananza, poi ti travolgono gli odori. Dopo una discreta coda durante cui vengo cazziato per non sapere che il nuovo trend sono le vecchie BMW carenate, finalmente arriviamo alla Mostra Scambio di Auto e Moto d’Epoca di Novegro. Sono le h13 circa e come sempre quando si riuniscono quelli con gli occhi che brillano per i ferrivecchi, i fuochi delle griglie imperversano. Io non so dire quale sia il filo che lega i mezzi meccanici speciali con la birra e le salsicce (a parte il film “Altrimenti Ci Arrabbiamo”), ma negli anni una cosa l’ho imparata: se da lontano si vedono i fuochi accesi e nell’aria si spande il profumo di grigliata, puoi stare certo che lì c’è gente che condivide l’amore per un certo tipo di mezzi… Oltre ad ambire a un ruolo da titolare inamovibile nella Nazionale di colesterolo.

Arriviamo che ormai un fumo denso e unto ha costretto a dirottare i voli da/per Linate e il parcheggio è gremito grazie alla giornata semi-estiva regalata da San Martino, santo protettore delle creme solari. Trovato un parcheggio dopo aver chiesto “Scusa, stai uscendo?” anche alle nutrie, finalmente si entra.

La parte esterna è una distesa di banchetti e tende distribuiti a pianta romana. Qui invece sembra di essere tra le retrovie del fronte, dove ognuno vende quello che ha. Da lontano si vedono cumuli di rottami arrugginiti, banchi di antiquariato e militaria alternanati a vecchie moto: la sagra dell’acaro e del tetano. A guardare con più attenzione invece si capisce che ogni pezzo arrugginito ha una sua storia, un suo valore per il progetto o il restauro di qualcuno. Le persone sono lì per vendere e per passare il tempo tra i propri simili. Giovani se ne vedono pochi. Dietro ai banchi tanti capelli bianchi sopra vecchie tute da meccanico unte come le mani. Mani che non sanno stare ferme; sempre indaffarate a smontare e rimontare pezzi. Tanti accenti diversi, dialetti bresciani e veneti, dove la passione per i vecchi motori è tradizione radicata, ma anche accenti dell’est e poi inglesi e francesi. Parlano la lingua dei motori, finiscono sempre per capirsi.

Non c’è una logica nella distribuzione dei banchetti, quindi è un posto perfetto per girare a caso e seguire il richiamo delle sirene a due ruote. C’è una folta rappresentanza della tradizione motoristica italiana. C’è una Moto Guzzi V7 del ’67 che mi guarda come un cane da dietro le sbarre del canile: vuole che la porti a fare una passeggiata. E lei sarebbe subito pronta. C’è una Guzzi V7 Sport messa giù da pista con la carena verde chiara metallizzata così bella che con quel colore ci vernicerei anche le pareti di casa. In un angolo trovo un cafè racer con carrozzeria in alluminio su base Honda Four che fa venire voglia di presentarsi in ginocchio alla Findomestic per un finanziamento. Girato l’angolo ci sono le vecchie inglesi, le BSA e le Norton sono eleganti signore d’altri tempi.

Triumph è presente con il suo Registro Storico fatto di Bonneville e Trident anni ’60 insieme ai nuovi modelli 2016. Giusto per ricordare cosa voglia dire tradizione. Poi le giapponesi, Honda e Yamaha sopra tutti. Si incontrano diversi Four restaurati, sembrano appena usciti dal set di “Napoli spara, Milano risponde”. Il mondo scrambler è rappresentato dai suoi cavalli di razza: XT 500 del 80-81 e le Ducati Scrambler 350cc. Girando si può fare un viaggio nel tempo fino ai pionieristici anni ’30-’40, con le Ariel, un paio di Sunbeam, Guzzi e Triumph restaurate. Roba da mettersi in salotto. Il mondo off-road è quello più rappresentato con tantissime due tempi da cross e da regolarità degli anni d’oro. Oltre alle giapponesi si trovano le spagnole anni ’70 come Ossa e Bultaco, ma anche i buoni, vecchi Caballero 50. Tutti come nuovi, tutti bellissimi. Pronti a regalare quel profumo di friggitrice che solo i motori due tempi sanno fare. Poi nell’angolo in fondo a un prato un Benelli Sei, un sei cilindri di fine anni ’70 prodotto in pochi pezzi, sulla coda di un’Italia che aveva ancora attivi i suoi marchi storici della motocicletta.

Tra i banchi girano tanti collezionisti, ma anche semplici appassionati. Tutti a rovistare, a trattare prezzi, a cercare parti di moto che solo qui puoi trovare. C’è un banco che vende getti per carburatori di ogni misura. Ormai le storie che si raccontano ai bambini prima di dormire iniziano con “C’era una volta” e hanno dentro re, principesse e carburatori. Si vede tanta gente con i trolley, quelli che usano gli anziani quando fanno la spesa, ma invece di spuntare gambi di sedano, sbucano scarichi e parafanghi. L’atmosfera è quella di un grande mercato rionale del ferrovecchio. La posizione più diffusa tra i visitatori è con le gambe dritte, il busto in avanti e le mani dietro la schiena. Sembriamo tutti degli uomini-merlo intenti a scrutare il terreno.

Dopo aver girato senza un ordine per diverse ore e aver speso cifre importanti per adesivi del tutto inutili, è tempo di uscire e di bilanci. La sensazione è che a vederle tutte insieme, vien da pensare che non sempre le strategie di marketing facciano bene. Oggi ogni stile motociclistico è profondamente differenziato da tutti gli altri per segmentare il mercato e differenziare i prodotti, ma quando le moto erano fatte a forma di moto e basta, beh… erano più belle.

Non solo, una volta le moto erano più piccole e con cilindrate inferiori, eppure sapevano farle andare fortissimo. Il culto delle grandi cubature è relativamente recente, targato anni ’90. Poi c’è la gente: bella, vera, appassionata e competente, sia di motori che di grigliate… e non saprei dire cosa sia più importante. Unico neo? Non ho visto nessuna Dune Buggy rossa con capottina gialla. Sarebbe stata la ciliegina sulla torta.

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