Stragi sulla strade: troppi morti, ora serve il pugno duro

Il duro parere personale di Carlo Portioli sui recenti fatti di cronaca

Carlo Portioli

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom Due ruote sempre in testa

C’è qualcosa che non va. Il semplice fatto che ci sia sempre stato non è una buona ragione per considerare tutto questo accettabile.

Sto parlando di strade e di incidenti. I TG sono un bollettino di guerra, la storia di una strage, ma anche quello che si vive di persona tutti i giorni produce un perenne senso di cupo allarme, la sensazione di un inevitabile peggioramento conseguenza del caotico imbarbarimento dei comportamenti.

Solo settimana scorsa per le strade della mia città, andando al lavoro, ho visto:
• Una strada bloccata per incidente. Una moto ha centrato un pedone. Anzi no… una madre di 47 anni. Morta. Nel giorno del compleanno della figlia. Strisce pedonali a metà di un lungo vialone dritto, ad alta intensità di traffico. Una macchina che rallenta per far passare il pedone, la moto che scarta. Credo un errore della moto. Pedone e moto che non possono vedersi reciprocamente. Il resto è il dramma che alimenta la mostruosa conta dei caduti sulla strada.
• Una carambola tra due macchine conclusa con uno scooter sparato sull’aiuola che divide le corsie. Per terra una ragazzina. È cosciente, dolorante. Non so quanto sia grave, come se la caverà. Guardo un istante, proseguo. Per strada si accettano i caduti, come si fa in guerra.
• Venerdi sera, un’ambulanza, moto con tutta la parte frontale accartocciata. Sembra abbia fatto tutto da solo e sembra che alla fine tutto sia a posto per il conducente. Meno male, avanti il prossimo.

Tralasciamo dolorosamente gli orrori che si sentono e leggono anche negli ultimi giorni: la tragedia dei due cuginetti uccisi da un Suv a Vittoria, quella del padre la cui grave leggerezza alla guida è costata la vita ai propri figli e non dimentichiamo anche la storia di Nicolò e Federico, che amavano le Harley e su una Harley hanno perso la vita a 26 anni per colpa di un ubriaco sulla Tangenziale Nord di Milano.

Concentriamoci solo su quello che vediamo tutti i giorni con i nostri occhi e che, se tutto va bene, non contribuisce alla conta dei caduti. Concentriamoci su quello, perché il problema è già tutto lì.

Sulle strade il livello di attenzione è al minimo. Abbiamo ormai accettato che la guida dell’auto sia un’attività complementare ad altre azioni come telefonare, mandare Whatsapp, guardare Facebook o usare il navigatore.

In moto e scooter quelli normali telefonano (auricolare se va bene, se no telefono infilato nel casco) e mandano messaggi vocali, i campioni li riconosci perché mandano anche messaggi scritti.

I pedoni hanno occhi fissi sul telefono, anche quando attraversano, guardandosi intorno in modo vago, disinteressato, salvo farsi prendere da improvvise frenesie che li spingono ad attraversare a semaforo rosso o in punti evidentemente pericolosi.

Perché siamo arrivati a questo punto? Perché oggi consideriamo accettabile questi comportamenti che sono i precursori di una conta di morti e feriti che accettabile non è?

Perché il contrasto a tutto questo ha un nome che non piace a nessuno, è impopolare e si chiama REPRESSIONE. Il contrasto è fatto di multe date e fatte pagare, punti persi, sospensioni e ritiri di patente. È fatto di una guerra senza quartiere alla guida con il telefono in mano.

Il problema è: siamo disposti ad ammettere di essere parte del problema ed accettare di pagare le conseguenze personali quando sbagliamo, a vantaggio di un beneficio collettivo?

Siamo noi, ognuno di noi, che alimentiamo la tolleranza verso comportamenti assassini. Dobbiamo essere tutti consapevoli che è la nostra sciatta tolleranza che alimenta l’orribile conta.

Pensiamo sia giusto il reato di Omicidio Stradale ma non siamo disposti ad accettare che vengano applicate anche verso di noi tutte quelle sanzioni che servono ad evitare di applicarlo. Dobbiamo tutti ammettere di essere un mattone nel muro del problema e accettare la nostra parte di responsabilità personale, inclusa la repressione come strumento di tutela della vita di tutti. Accettare e, di più, invocare politiche repressive e sanzionatorie sarebbe un gesto di civiltà da parte nostra.

Perché dobbiamo smettere di considerare tutto questo inutile dolore come fosse l’inevitabile tributo da pagare a non si sa bene quale irrinunciabile libertà: ogni morto sulle strade si poteva e si doveva evitare. Mettiamo da parte la nostra irresponsabile, infantile arroganza e ripartiamo da qui.

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