Gli stili custom: i Cafè Racer

Carlo Portioli

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom Due ruote sempre in testa

La storia del Cafè Racer è diversa da quella di tutti gli altri stili motociclistici. Questa è una storia di culture che viaggiano insieme e insieme fioriscono. Di idee che attraversano l’oceano come semi e che, quando trovano il terreno fertile, non possono che sbocciare.

La storia di questo stile richiede che si parta dalla sua geografia, quindi dall’Inghilterra e da Londra. Siamo nella seconda metà degli anni ’50 e dagli Stati Uniti arrivavano solo gli echi di una cultura e uno stile di vita biker che si stava affermando. Le gang di motociclisti, i 1%er e i fatti di Hollister erano geograficamente e culturalmente lontani da un paese conservatore come l’Inghilterra, dove rigidissime regole sociali scandivano i tempi e i modi delle relazioni tra le persone di qualsiasi età. MA… c’é un grande ma.

I semi stavano già volando da tempo attraverso l’Oceano Atlantico. Insieme ai soldati, durante la Seconda Guerra Mondiale era sbarcata la musica nera, il Jazz e il Blues. Le città portuali, su tutte Liverpool, assimilarono queste sonorità fino a produrre quel movimento musicale che pochi anni dopo portò alla nascita dei Beatles, il cui nome forse deriva proprio da quello della gang motociclistica capitanata dal Chino ne “Il Sevaggio”, ma questa è un’altra storia, anche se… i semi della musica e della cultura motociclistica hanno sempre attraversato insieme lo spazio e il tempo, come figli di padre ignoto nati dalla stessa madre chiamata Libertà.

I due pericolosi fratellini sbarcarono in Inghilterra insieme a metà degli anni ’50, in un mondo rigido e bigotto, ma pronto ad esplodere. Se il Rock’n’Roll di Elvis e i film come “Il Selvaggio” o “Gioventù Bruciata” erano i detonatori del nuovo stile di vita, l’esplosivo era composto dal materiale più energetico e instabile che esista in qualsiasi società: i giovani.

Nell’Inghilterra di quegli anni nasce la categoria dei teenager. Non che prima non esistessero i giovani, ma non avevano nessun ruolo nella società se non quello di prepararsi a diventare adulti in base alle regole e ai rigidi dettami delle numerose autorità di turno: genitori, professori o preti. A partire invece dalla fine degli anni ’50 i giovani acquisirono un nuovo ruolo nella società come consumatori. Con tempo libero e qualche soldo in tasca, diventarono contemporaneamente un target commerciale verso cui indirizzare nuovi prodotti (la discografia e il Rock’n’Roll) e una nuova classe sociale con idee, gusti e stili di vita innovativi.

A Londra si iniziavano a vedere per le strade i ragazzi con i giubbotti di pelle sulle moto inglesi dell’epoca. I Teddy Boys e i Leather Boys, figli della working class, incarnavano lo spirito ribelle adolescenziale che minava le fondamenta dell’Impero.

La moto inglesi, più piccole e performanti delle americane e con nomi evocativi come Triumph Thunderbird, Norton Dominator, BSA Gold Star, erano le perfette “macchine dei sogni” della prima generazione di Rockers. Intorno ai Cafè londinesi e ai loro jukebox pulsanti di Rock’n’Roll, ragazzi con i loro giubbotti di pelle e con i capelli troppo lunghi stavano iniziando una rivoluzione… a cavallo delle loro moto. I Cafè londinesi erano in aree periferiche della città e in quelle strade spesso i Rockers si sfidavano in corse folli su circuiti urbani improvvisati, da qui il termine “Cafè Racer”.
Come tutte le fedi, anche il Cafè Racer ha la sua Mecca che si trova vicino alla North Circular di Londra e si chiama Ace Cafè. Fin dal 1960 qui i Rockers si trovavano per lanciare le loro scorribande. Si racconta che i ragazzi facessero partire una canzone nel jukebox e prima che finisse dovessero correre fuori, scalciare sul kick dell’avviamento e partire a perdifiato per eseguire un circuito prestabilito tra incroci e semafori sotto la tangenziale di Londra. A dimostrazione di quanto sia fuori mano l’Ace Cafè, ecco l’aneddoto personale: 10 anni fa insieme a Claudio- Proudlyeuro0 e relative consorti saltiamo su un taxi in centro a Londra per farci portare al Ace Cafè. Il taxi accosta al marciapiede e ci carica. A quel punto diamo l’indirizzo, il taxista fa inversione, capisce quanto dista, ci pensa… e ci scarica sul marciapiede di fronte. Non mi era mai successo prima di attraversare una strada in taxi. Alla fine ci siamo arrivati in metropolitana ed è stato un piccolo pellegrinaggio che valeva la pena fare, alla faccia del taxista.

Una storia che merita di essere raccontata è quella del Club 59, detto anche “the 9”, le cui patch ancora oggi fanno bella mostra sui giubbotti di pelle di tanti Rockers. Il Club fondato da un prete, Padre Bill Shergold, ebbe il merito di riunire tanti motociclisti intorno ai valori di vita cristiani, oltre che offrire una club house dove i ragazzi potevano ascoltare musica e vedere film come “Il Selvaggio”, all’epoca bandito nel Regno Unito. Il Club è ancora oggi una realtà internazionale molto importante e numerosa.

Uno dei momenti più famosi legati alla storia dei motociclisti inglesi furono gli scontri durante le feste di Pasqua del 1964 a Brighton, in cui pochi Rockers ebbero le peggio contro numerosi Mods. L’evento, raccontato nel film “Quadrophenia”, mise in luce quello che ancora oggi ogni buon motociclista in cuor suo sa: mai fidarsi dei fighetti modaioli con lo scooter, sono mediamente delle brutte persone.
Il modello di Cafè Racer più famoso? Direi l’Harley XLCR 1000 che guida Michael Douglas nel film “Black Rain”, a dimostrazione che gli inglesi seppero riattraversare l’oceano e imporre il loro stile, fino ad influenzare le scelte di un’azienda poco incline a seguire le mode come Harley Davidson. Per farsi un’idea dell’evoluzione dei Cafè Racer consiglio di seguire su Instagram l’account @ridecafe59, mentre un preparatore nazionale che merita attenzione è South Garage di Milano.

Moto inglesi alleggerite, basse e aggressive, mezzi manubri per una posizione di guida più sportiva, finali 2 in 2 a trombetta e poi i giubbotti di pelle neri da aviatore, le bandiere a scacchi e gli occhialoni su caschi jet sono ancora oggi la cifra stilistica di un modo di interpretare le motociclette ormai considerato classico. Uno stile motociclistico che oggi viene applicato a tanti modelli di marche differenti, grazie alla sua cifra estetica molto connotata e alla semplicità delle modifiche necessarie a fare di una qualsiasi moto naked un Cafè Racer.

Pieno di classe come solo gli inglesi sanno essere, lineare, leggero e ribelle fino all’osso: questo stile porta fino a noi l’eco di un tempo in cui si rischiava la vita sulle strade sotto la North Circular, anche solo per sentirsi vivi. E ogni Cafè Racer che oggi vediamo davanti ai locali modaioli merita il rispetto dovuto a un mezzo che è il tributo a una vecchia storia, fatta di passione brutale e sincera…anche se magari il padrone della moto neppure lo sa.

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