Elisabetta II, la regina delle moto

Dio salvi la regina delle moto.

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Alex Ricci

Divulgatore di motociclismo

Romagnolo classe 1979, scrittore, reporter, divulgatore appassionato di moto, storia, geografia, letteratura, musica. Adora Junger, Kapuściński, Sting e i Depeche Mode.

Se n’è andata dopo settant’anni di regno la più importante e iconica regina che il ‘900 abbia incoronato e con lei il secolo scorso ha definitivamente risolto l’ultimo forte legame con i giorni nostri. Sotto la sua guida non sono stati solo i cittadini britannici, ma tanti i popoli sparsi per il mondo che, più o meno democraticamente, hanno riconosciuto l’autorità di Queen Elizabeth II. Dal continente africano, a tutti i mari del globo, il Regno Unito di Gran Bretagna ha sempre esercitato e continua a farlo, la propria influenza culturale e il proprio dominio in quello che è l’ultimo grande impero dell’era moderna.

Il suo però non è stato solo il più longevo regno britannico della storia, ma anche quello delle moto che, già ad inizio novecento, avevano gettato le basi di quello che, dal secondo conflitto mondiale in poi sarebbe stato il motociclismo per come lo conosciamo ancora oggi. Grazie alla rivoluzione industriale, in Gran Bretagna sorsero innumerevoli fabbriche da cui uscivano moto di ogni genere. Tra i marchi più conosciuti: Norton, AJS, BSA, Brough Superior, Velocette, Triumph, Matchless, Douglas, Ariel, ABC, Sunbeam, HRD e tante altre, erano modelli prestigiosi e apprezzati che per molto tempo, hanno rappresentato la produzione inglese in tutto il mondo, con alterne fortune.

Il motomondiale

Incoronata nel 1952, la sua storia di regina corrisponde quasi totalmente al Motomondiale, iniziato nel 1949, e al crescente comparire d’impianti fissi in tutta la Gran Bretagna, divenuti celebri come Donington Park, Brands Hatch, Silverstone, Cadwell Park, Snetterton, Mallory Park, Thruxton, Oulton Park, Goodwood, ecc. Per molti anni compreso nel campionato mondiale, anche il TT dell’Isola di Man ha conservato il grado di gara più folle e spettacolare si sempre, che dal 1907, è giunta ai giorni nostri come l’ora del tè e il peso specifico delle tradizioni tipicamente britanniche. Nonostante i molti incidenti gravi che gli sono valsi l’indice di gara altamente pericolosa, in puro stile british, si è fermata solo in occasione dei due conflitti mondiali e recentemente per la pandemia da Covid19.

I piloti inglesi e anglofili

Ma se l’operosa industriale inglese ha dato origine a molti marchi storici, a Sua Maestà non poteva mancare una scuola di piloti vincenti. Oltre Manica sono nati alcuni campioni come Mike Hailwood e Phil Read, in grado di battere l’immenso Agostini in più occasioni, lottando sempre ad armi pari. Ma la lista è lunga e da brividi che, da Leslie Graham a Barry Sheene, passando per John Surtess, Geoff Duke, Bill Lomas, Bill Ivy, Cecil Simmonds, Rodney Gould, Freddie Firth, Fergus Anderson e Bob Foster, sono tutti campioni del mondo del Motomondiale, senza contare tanti altri che non hanno mai arricchito il palmarés con l’alloro, ma con gare e vittorie storiche.

Gli inglesi non sono stati da meno in Superbike dove hanno colto vittorie e titoli mondiali in quantità. Per anni fenomeno incontrastato e soprannominato ancora oggi “King”, Carl Fogarty è stato molto tempo il pilota da battere, il primo britannico della storia a laurearsi campione e con quattro titoli mondiali, ha detenuto il record fino ai trionfi Kawasaki del nordirlandese Johnny Rea. Quest’ultimo, con ben sei campionati vinti è l’attuale primatista delle derivate di serie. A questi numeri vanno aggiunti i due titoli di James Toseland e quello di Neil Hodgson. Nonostante sia stato concepito in Italia, il WorldSBK è da sempre molto seguito in Gran Bretagna e tutta l’area d’influenza, tanto che la prima gara targata 1988 si è svolta a Donington Park.

Come dicevamo, l’espansione coloniale dei precedenti e perdurata fino a metà del secolo scorso, raggruppa di fatto sotto Elisabetta II anche piloti di Rodesia, Sud Africa, Australia, Nuova Zelanda, Canada e altre parti del mondo. Tra i campioni del mondo ci sono i rodesiani Jim Redman e Gary Hocking, gli australiani Kel Carruthers, Wayne Gardner, Mick Doohann, Casey Stoner, Troy Corser, Troy Bayliss, Remy Gardner, i sudafricani Jon Ekerold, Kork Ballington, Brad binder e una marea di motociclisti del Commonwelth senza mondiali di cui fanno parte veri personaggi come Gregg Hansford, Aaron Slight, Simon Crafar, Peter Goddard, Daryl Beattie, Sheridan Morais, Darrin Binder, Jack Miller, Joshua Brooks, Bruce Anstey, Grame Crosby, Alan North, Steven Odendaal, Dorren Loureiro, Mat Mladin, Karl Muggeridge, Anthony Gobert, ecc.

In conclusione, Elisabetta II lascia il suo regno, con un patrimonio culturale immensamente ricco e sparso per tutto il mondo, ma che in Europa occidentale è solo parzialmente percepibile. Resta il fatto che le moto inglesi e il motociclismo inglese in generale, occupa solo una parte del vasto panorama odierno con cui siamo abituati a confrontarci. E’ però indubbio che, un tempo, e grazie a una lunga tradizione, i britannici fossero leader del mondo a due ruote a quasi tutti i livelli e che la loro cosiddetta scuola, sia ancora in auge presso motociclisti di ogni parte del pianeta.

God save the Queen e le sue moto.