Cinema e motociclette – Tappa 2: ‘Il Selvaggio’ con Marlon Brando e Lee Marvin

Carlo Portioli

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom Due ruote sempre in testa

Se il flirt tra motociclette e cinema ebbe inizio negli anni ’30, il loro matrimonio è datato 1953 e coincide con l’uscita del film “The Wild One” (Il Selvaggio) con Marlon Brando e Lee Marvin. Qui per la prima volta la motocicletta abbandona il ruolo di comparsa per diventare, insieme al “biker lifestyle” il centro della storia. Il film riprende la versione scandalistica e distorta della rivista Life sui fatti (non) accaduti a Hollister nel 1947, dove alcuni gruppi di motociclisti si diedero appuntamento per due giorni di baldoria mettendo le basi al mito fondante della cultura biker. Tanto fu il rumore intorno ai fatti i Hollister che ad Hollywood ebbero l’intuizione di romanzare la vicenda e trasformarla in una storia di amore impossibile e scontri tra gang. La formula del film fu talmente vincente e colpì così fortemente l’immaginario perbenista americano dell’epoca che diede vita a un vero e proprio genere cinematografico per teenagers che proseguì per i successivi 20 anni: il “biker movie”.

Il film, nella banalità della sua trama, è un distillato di storia biker. Racconta dei primi anni di vita delle bande motociclistiche che la AMA (American Motorcycle Association) definì in seguito alla vicenda di Hollister e con un certo disprezzo “Onepercenter” o “1%er”, ovvero quella parte minoritaria più radicale per valori e stile di vita da cui prendere immediatamente le distanze per tutelare l’immagine di quel 99% di motociclisti americani “per bene” e rispettosi delle regole, che la AMA rappresentava. Mai definizione ottenne un effetto opposto così solido e duraturo, trasformandosi immediatamente in un orgoglioso simbolo di distinzione, in mostra ancora oggi sotto forma di “patch” sui gilet dei gruppi MC in tutto il mondo.

Anche gli elementi stilistici furono di grande impatto nell’immaginario giovanile dell’epoca. Il giubbotto di pelle Schott Perfecto, noto anche come chiodo, divenne il simbolo più potente di una gioventù ribelle e anticomformista. Denim con risvolto, stivali di pelle con fibbia laterale e Ray-ban Aviators andarono a completare, grazie alla potenza iconica di Marlon Brando, la divisa d’ordinanza per generazioni di motociclisti in tutto il mondo.

Parliamo ora delle moto e partiamo dall’aspetto più importante: Johnny Strabler, ovvero Marlon Brando, non guida una Harley-Davidson. Curioso, ma il biker americano più famoso di sempre nel biker movie più famoso di sempre guida un mezzo inglese, ovvero una Triumph Tunderbird T6 del 1950. Un mezzo leggero, come erano le inglesi dell’epoca (172kg) da 650cc. di cilindrata e 34 cavalli di potenza, con cambio a 4 marce. Un mezzo dalle linee essenziali.

Se Brando entra nella leggenda interpretando il cavaliere bianco, non è da meno per stile e potenza estetica il cavaliere nero, il villain, ovvero Chino interpretato da Lee Marvin, con la sua maglia a righe orizzontali, il casco di cuoio da aviatore con occhialoni, sempre ubriaco e pronto alla rissa. Nel film Chino scorrazza per il paese terrorizzando i cittadini per bene a cavallo di una Harley Davidson Hydra Glide del 1949 in versione bobber, un mezzo motorizzato con un Panhead da 1.208cc. di cilindrata, 4 marce (cambio a mano!) e telaio rigido.

Un mezzo esteticamente meraviglioso, che usciva di fabbrica opulento e modernissimo e che qui si alleggerisce nel tipico stile bobber dell’epoca. Lee Marvin e il suo Chino finirono per consolidare il mito del motociclista fuorilegge più di Brando stesso, a dimostrazione che i buoni sono l’esempio da imitare, ma sono i cattivi quelli che fanno stile. Il film contribuì alla diffusione di uno stile di vita fino ad allora riservano a un piccolo numero di giovani reduci emarginati. La gente era pronta ad abbracciare un cambiamento, il biker lifestyle entrò nello stile di vita e nel linguaggio popolare americano grazie a Brando, Lee Marvin e alle loro vecchie, meravigliose moto.

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