1969: quelle foto che raccontano di quando Musica e Motociclette si incamminarono insieme sul viale del tramonto della grande illusione

Musica e motociclette, un altro racconto di Carlo Portioli

Carlo Portioli

Carlo Portioli Esperto moto e cultura custom Due ruote sempre in testa

Una domenica mattina d’inverno, fredda come tante e luminosa come poche, un mercatino d’antiquariato nella bassa padana. Da qui inizia una storia che porta lontano nello spazio e nel tempo, in modo inatteso e potente al centro di un mondo che non c’è più. In uno degli eventi più famosi di quella cultura pop che unisce il mondo biker a quello rock. Tra bancarelle con così tanti oggetti ammonticchiati da rendere introvabili le cose belle anche agli occhi più esperti, un ordinato battaglione di fotografie in bianco e nero attira la mia attenzione.

Dentro raccoglitori ad anelli, ognuna custodita nella propria pagina di plastica trasparente, grandi stampe analogiche provenienti da rullini fotografici originali di un vecchio concerto degli Stones. Hyde Park, 1969 per la precisione: sono immagini potenti, scattate da una prospettiva privilegiata, qualche metro sotto il palco. Da quel luogo che oggi, nello stanco rito dei concerti, è la terra di nessuno tra palco e pubblico riservata alla Security, agli operatori video, ai fotografi e a quei privilegiati o addetti ai lavori con il PASS al collo.

Oggi è quello spazio è un muro che separa fisicamente in modo invalicabile l’officiante dai suoi fedeli, ognuno al proprio posto: chi a suonare e chi a battere le mani, educatamente, senza mai mescolarsi veramente. Nelle foto di Hyde Park invece quello spazio è un suk popolato per lo più da biker, dove “sopra” e “sotto” il palco diventano concetti fluidi. E io rimango ipnotizzato dalla potenza delle immagini che raccontano degli anni caotici e feroci della giovinezza del rock e delle motociclette. Quel 5 luglio ’69, qualche giorno dopo la morte di Brian Jones e un paio d’anni dall’ultima esibizione live degli Stones, Hyde Park è gremito: 250.000 persone, forse il doppio.

Oggi eventi di queste dimensioni sono organizzati in modo impeccabile, con biglietti costosissimi, che variano in base al settore. Quel giorno invece le foto ci raccontano di un concerto gratis, di un palco basso senza nessuna transenna a dividere pubblico e musicisti. Sopra un giovanissimo Mick Jagger, luminoso e magnetico come un Messia, è intento a diffondere il verbo di una vita senza regole, affiancato dalla sua cerchia di fenomenali musicisti-apostoli, mentre tutto intorno alla loro esibizione ribolle un’energia esplosiva. Sono quasi tutti biker molto giovani, tutti intenti a fare qualcosa. Idealmente a svolgere il servizio d’ordine, sebbene i fatti che avverranno ad Altmont da lì a poco ( 50 anni esatti sono passati da quel dicembre ’69), ci raccontano di quanto poco “d’ordine” fosse il servizio svolto. L’abbigliamento è variopinto, lasciato più ai gusti personali che a regole codificate.

Qualcuno ha i baffoni, tantissimi hanno capelli che iniziano a farsi lunghi, come le basette. In una foto si intravede qualcuno con i colori degli Hell’s ma si fa fatica a capire se siano originali o meno. Tanti sono i Rocker che indossano cappellini di pelle e chiodo, uno di questi ha la scritta 59 sulla manica del giubbotto. Un membro del 59 Club, ragazzi con le prime cafè racer che correvano nei dintorni dell’Ace Cafè di Londra. Un tizio con un’inequivocabile faccia da assiduo frequentatore di pub e un foulard improbabile si sta infilando in testa un elmetto, un altro sul palco armeggia con qualcuno sotto dando sfoggio di una banda con svastica al braccio: l’uso dei simboli nazisti da parte dei motociclisti è sempre stata una provocazione, troppo spesso interpretata come affinità di idee. Sono immagini che hanno un valore perché fissano per sempre uno di quei momenti esplosivi di caos libero che hanno segnato il confine tra un “prima” e un “dopo”. I semi di quei momenti unici fioriscono nelle forme delle nostre motociclette e concerti, ma sono lontanissimi nella sostanza.

Perché i nostri sono tempi più confortevoli ma meno liberi.  Queste foto raccontano invece di quel tempo brevissimo in cui tutto è iniziato e di lì a poco finito (con la sciagurata violenza sotto il palco di Altmont), quando agli enormi concerti gratuiti erano tutti giovani e liberi nel senso più puro del termine, perché stavano tracciando un percorso che nessuno sapeva dove avrebbe portato. Inebriati dalla loro stessa energia, fatta di idee, di gesti e di forme espressive nuove. Sono foto di un epoca in cui il futuro era tutto da scrivere: incerto, pieno di pericoli e per questo bellissimo.

Me ne torno nella mia casa accogliente e ben riscaldata con un paio di queste foto. Oggi ho abbastanza soldi per togliermi lo sfizio di comprarle eppure… baratterei tutto per vivere almeno una volta l’illusione che quelle foto hanno catturato così bene, l’illusione che domani tutto sarà possibile. O forse no, forse avrei troppo da perdere, forse è meglio tenersi quello che c’è: la casa confortevole, le moto in box, le due foto e questo rimpianto infantile che provo guardandole. Un vezzo… e nient’altro.

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